martedì 23 dicembre 2008

Il mestiere del cooperante nelle ONG

Il 27 novembre 2008 viene presentato a Milano il Dossier: “Un mestiere difficile. Cooperazione Internazionale: Lavorare con le ONG” a cura di Link2007, COSV e SISCOS. Un rapporto ben fatto, ricco di informazioni e con un’analisi obiettiva sulla situazione del mestiere del cooperante. Da questo rapporto prendiamo spunto per stimolare il dibattito tra gli operatori del settore, e dal momento che c’e’ una certa mobilita’ tra ONG, donatori, Nazioni Unite o il settore privato dell’assistenza tecnica, ci aspettiamo risposte e commenti da tutti. Alla fine di ogni paragrafo alcuni spunti di riflessione.

Dalla fotografia fornita dal rapporto ne esce fuori un popolo di eroi ed idealisti, ma anche precari e sottopagati (soprattutto rispetto ai colleghi che fanno un mestiere simile se non uguale in organizzazioni internazionali e presso i donatori). Senza parlare poi degli addetti che lavorano nelle sedi italiane...

Come puo’ cambiare la cooperazione italiana affinche’ gli interessi degli operatori delle ONG vengano tutelati? Quali sono le soluzioni pratiche ai nodi critici che vengono riportati nel rapporto?

Alcuni nodi da affrontare

Dal punto di vista numerico il settore delle ONG impegnate nella cooperazione internazionale italiana offre lavoro a poco più di 6000 persone, di cui circa la meta’ donne. Un settore non piccolissimo, se a questo si aggiunge anche il numero di persone che lavorano nelle sedi delle organizzazioni in Italia. Il 55% opera in Africa. Un terzo ha meno di 30 anni, il 40% ha tra i 31 e 45 anni, ed un altro terzo ha un’eta’ superiore ai 45 anni.

Il Dossier di Link2007 mette in evidenza alcuni nodi e aspetti critici del “mestiere” che vale la pena richiamare. Ne abbiamo selezionati 4 che secondo noi possono rappresentare dei punti di partenza per proporre soluzioni alternative.

1) Dal rapporto emerge che nonostante le migliaia di curricula che giungono ogni anno presso le proprie sedi, per le organizzazioni italiane spesso risulta estremamente difficile riuscire a coprire in modo adeguato i posti vacanti. C’è “fame” di coordinatori di progetti; i tempi di “costruzione” dei coordinatori sono troppo lunghi rispetto alle esigenze; il percorso di “costruzione” degli stessi è limitato da una “materia prima” (i giovani inseriti nei primi gradi dello sviluppo professionale) spesso non adeguata per vari motivi; i contenuti della formazione universitaria presente sul mercato non corrispondono effettivamente a ciò che il ruolo richiede; il disagio delle sedi di lavoro e la discontinuità rendono difficile costruirsi una famiglia e dei rapporti consolidati.

I requisiti per divenire capo-progetto sono troppo alti?
I percorsi formativi e di apprendimento sul lavoro non sono adeguati?
Il salario del coordinatore di progetti non è adeguato e spinge a trovare lavoro altrove?
E’ giusto che ci sia una quasi totale assenza di benefits per l’educazione scolastica dei figli e per la famiglia a carico?

2) Dal rapporto emerge che un buon cooperante deve poter combinare le qualifiche di manager, politico, comunicatore, e mediatore culturale. Anche il miglior medico, agronomo o architetto, senza una sistematica attenzione al contesto, ed una solida cultura generale nel campo delle scienze sociali, lavorerà male.

Come è possibile “rieducare” i tecnici a lavori più di tipo relazionale, manageriale e politico?

3) Dal rapporto emerge la condizione lavorativa dei cooperanti è di grande instabilità, fondata su contratti a corto termine. La forma contrattuale di gran lunga più utilizzata dalle ONG è quella di “contratto di collaborazione a progetto” (co.co.pro). La maggioranza dei contratti di collaborazione stipulati è breve e compresa tra uno e cinque mesi. Nonostante ciò, nel 2007 la cooperazione italiana ha offerto un impiego di almeno un anno a più di 1000 persone (per l’esattezza 1078 nel 2007 contro le 1009 del 2006).

La precarietà è una caratteristica ormai di molti mestieri, ma non per questo va accettata. E’ possibile ripensare ad una progettazione più lunga? Con contratti più lunghi?
E’ giusto che chi si occupa di emergenza debba inseguire le ambulanze per poter trovare lavoro?
E’ pensabile creare una “cassa del cooperante” per affrontare quei momenti di vuoto sempre più frequenti tra un contratto e l’altro?

4) Sono stati rilevati ben 104 collaboratori – il 2% dell’insieme – con documenti comunitari (un terzo dei quali spagnoli).

In condizioni di crisi come quella attuale è auspicabile una perdita di posti di lavoro a favore di cooperanti stranieri?
Esiste un simile livello di “esportazione” di cooperanti verso organizzazioni straniere?

Metti un commento sul blog. O mandalo per email a: agallina@ruc.dk che penserà di metterlo sul blog.

giovedì 27 novembre 2008

Quanto costa eliminare la povertà? La schizofrenia dei tecnocrati dello sviluppo

Non tutti sono d'accordo che il modo migliore per curare la miseria del mondo sia quello di raggiungere l'ennesimo "obiettivo globale" elaborato da economisti di organizzazioni finanziarie che hanno grosse responsabilità sullo stato dello sviluppo attuale. In questo blog, la schizofrenia di un gruppo ristretto di economisti dello sviluppo (e qualche cantante e attore famoso) viene messa in discussione.

La schizofrenia dei tecnocrati:
Stabiliamo per esempio che per risolvere i problemi della miseria del mondo sia sufficiente raggiungere gli Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite. Questi obiettivi, approvati dall’Assemblea Generale delle NU del 2001, sostituiscono i precedenti tentativi di fornire degli obiettivi quantitativi di sviluppo da raggiungere entro un determinato tempo e con il fine di guidare le strategie internazionali per lo sviluppo.

Lo studio di Sanjay Reddy and Antoine Heut “Global Development Goals: The Folly of Technocratic Pretensions” (in ital. “Gli Obiettivi Globali di Sviluppo: la Follia della Pretesa Tecnocratica”), ricercatori rispettivamente presso la Columbia University e il Revenue Watch Institute di New York, mette in evidenza come gli approcci esistenti per identificare le migliori strategie per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio siano imprecisi a causa del fatto che si basano su assunti poco giustificabili e su una qualità di dati statistici molto bassa. In particolare, lo studio mette in evidenza i rischi che un tale approccio alle stime può avere nell’informare e modellare le relative azioni politiche (investimenti nello sviluppo dei paesi beneficiari).

Il costo per raggiungere gli obiettivi del millennio fu stimato da UNDP (l'Agenzia ONU per lo Sviluppo) sui 50 miliardi di $ all’anno (2002), come somma delle risorse necessarie a raggiungere i singoli obiettivi. La Banca Mondiale e l’UNDP successivamente hanno tentato di stimare questi costi con maggiore dettaglio: per l’Obiettivo 1 (riduzione della povertà e malnutrizione) tra i 54 e i 62 miliardi mentre gli altri obiettivi costerebbero tra i 35 e i 76 miliardi all’anno. Un altro rapporto per UNDP stima che per il primo obiettivo servono investimenti per almeno 76 miliardi di dollari (ben al di sopra delle stime precedenti. Ogni calcolo e’ stato fatto sulla base di studi e stime precedentemente pubblicati e nella maggior parte dei paesi non esistono dati in grado di giustificare queste stime.

Queste stime e le strategie che le accompagnano non prendono in considerazione i rischi che uno shock imprevisto può avere durante il periodo di applicazione di un determinate approccio.

I rischi di questi approcci sono notevoli nel processo di presa di decisioni su periodi di tempo lunghi e una revisione e aggiustamento periodici possono solo limitare i danni.

Pertanto e' alquanto strano che soluzioni a problemi complessi possano essere conosciute da un singolo gruppo di esperti tecnocrati. E che questo non aiuta certo il lavoro di identificare azioni e politiche rilevanti e applicabili. Queste soluzioni possono essere identificate solo da una esperienza di ferro che matura con l'esperienza sul campo e attraverso la raccolta di dati ed istanze di chi lavora in questo settore sul campo e non chiuso dentro gli uffici climatizzati delle Nazioni Unite.

Fonte: “Global Development Goals: The Folly of Technocratic Pretensions” p.22, Development Policy Review 26 (1), 2008: .

martedì 25 novembre 2008

Il futuro della cooperazione allo sviluppo: un blog in movimento

Un blog in movimento

Il blog diventa uno spazio per far crescere insieme un'opinione, farla maturare e condividerla, prima di trasformarla in una istanza di cambiamento. Col tuo contributo metti in moto il blog...

Su questo blog chiediamo il contributo di cooperanti, esperti, funzionari, studenti e politici sul futuro della cooperazione allo sviluppo, partendo da alcune questioni di base:

1. Il governo italiano ha tagliato i fondi per la cooperazione italiana allo sviluppo con la finanziaria del 2009 (un taglio di 479 milioni di euro portando la quota del Pil dedicata alla cooperazione allo 0,10% nel 2009): e' accettabile? quali sono le conseguenze di questo taglio?

2. Meno soldi dovrebbero incentivare un utilizzo piu' efficiente e limitare gli sprechi: dove sono gli sprechi? come ridurli?

3. Quali sono le forme migliori per portare gli aiuti allo sviluppo nei paesi poveri? Le Agenzie delle Nazioni Unite? Le Organizzazioni Non Governative? Attraverso il sostegno diretto ai budget dei governi beneficiari?

Metti il blog in movimento. Manda un commento.


Quale futuro per la cooperazione internazionale allo sviluppo?
Brevi cenni sul contesto attuale

Di fronte al taglio del governo Berlusconi ai fondi per la cooperazione allo sviluppo, ed in particolare a quelli destinati alle organizzazioni non governative, occorre forse ripensare se la cooperazione -come viene fatta oggi- sia veramente lo strumento migliore per sollevare
miliardi di persone dalla miseria delle campagne e dalla insalubrità delle squallide periferie urbane dei paesi del mondo cosiddetto "terzo". Pertanto su questo blog apriamo una finestra sul mondo della cooperazione, guardando al futuro e ripensando al se, come e perché debba essere fatta:

Il contesto attuale:
1) Da più di 50 anni ci si applica nel Nord del mondo per risolvere i problemi del Sud: i risultati sono molto deludenti, oggi un piccolo aumento del costo del petrolio o del riso corrisponde ad un aumento di milioni di poveri. Le politiche per la cooperazione nonostante i grandi sforzi e grandi fondi non hanno quindi compiuto le promesse fatte (vedi il blog: Quanto costa eliminare la povertà?)

2) I poveri (circa un miliardo di persone) vivono con 1 o 2 dollari al giorno. Questo ci dice molto poco del loro stato di salute e benessere e ancor meno se quella manciata di dollari sia sufficiente a garantire una vita decente tenendo conto delle fluttuazioni dei prezzi;

3) L'aiuto alla cooperazione internazionale da parte dei governi e'
complessivamente in aumento ma i soldi vengono spesi in modo crescente attraverso organizzazioni tipo Nazioni Unite (con alti costi di gestione) oppure dati direttamente ai governi dei paesi del terzo mondo senza poter controllare come i soldi sono spesi e spesso alimentando gruppi di potere non interessati al miglioramento.

4) Le modalita' piu' recenti di concessione dei fondi pubblici alla cooperazione allo sviluppo hanno messo in atto un processo di privatizzazione degli aiuti: i contribuenti pagano le tasse che vengono usate in parte per dare aiuto economico ai governi dei paesi poveri sotto forma di progetti. La maggiorparte di questi progetti vengono gestiti da imprese di consulenza privata il cui interesse principale e' quello di fare del profitto. I soldi delle tasse (circa un terzo) vengono quindi reinvestiti in imprese private dei paesi ricchi.

5) Una parte dei fondi (ormai ridotta all'osso) viene data alle organizzazioni non governative (ONG) che appunto diventano uno strumento dei governi (paradossalmente) per fare cooperazione allo sviluppo. La differenza sta nel fatto che l'operato dalle ONG non e' dettato dal profitto ma dalla motivazione di creare dei ponti di solidarieta' con i paesi e comunita' piu' povere del terzo mondo.


Vi invitiamo a porre domande e ad esternare i vostri dubbi, oppure ad aggiungere pezzi al discorso...per mettere in moto il blog.