Il mestiere del cooperante nelle ONG
Il 27 novembre 2008 viene presentato a Milano il Dossier: “Un mestiere difficile. Cooperazione Internazionale: Lavorare con le ONG” a cura di Link2007, COSV e SISCOS. Un rapporto ben fatto, ricco di informazioni e con un’analisi obiettiva sulla situazione del mestiere del cooperante. Da questo rapporto prendiamo spunto per stimolare il dibattito tra gli operatori del settore, e dal momento che c’e’ una certa mobilita’ tra ONG, donatori, Nazioni Unite o il settore privato dell’assistenza tecnica, ci aspettiamo risposte e commenti da tutti. Alla fine di ogni paragrafo alcuni spunti di riflessione.
Dalla fotografia fornita dal rapporto ne esce fuori un popolo di eroi ed idealisti, ma anche precari e sottopagati (soprattutto rispetto ai colleghi che fanno un mestiere simile se non uguale in organizzazioni internazionali e presso i donatori). Senza parlare poi degli addetti che lavorano nelle sedi italiane...
Come puo’ cambiare la cooperazione italiana affinche’ gli interessi degli operatori delle ONG vengano tutelati? Quali sono le soluzioni pratiche ai nodi critici che vengono riportati nel rapporto?
Alcuni nodi da affrontare
Dal punto di vista numerico il settore delle ONG impegnate nella cooperazione internazionale italiana offre lavoro a poco più di 6000 persone, di cui circa la meta’ donne. Un settore non piccolissimo, se a questo si aggiunge anche il numero di persone che lavorano nelle sedi delle organizzazioni in Italia. Il 55% opera in Africa. Un terzo ha meno di 30 anni, il 40% ha tra i 31 e 45 anni, ed un altro terzo ha un’eta’ superiore ai 45 anni.
Il Dossier di Link2007 mette in evidenza alcuni nodi e aspetti critici del “mestiere” che vale la pena richiamare. Ne abbiamo selezionati 4 che secondo noi possono rappresentare dei punti di partenza per proporre soluzioni alternative.
1) Dal rapporto emerge che nonostante le migliaia di curricula che giungono ogni anno presso le proprie sedi, per le organizzazioni italiane spesso risulta estremamente difficile riuscire a coprire in modo adeguato i posti vacanti. C’è “fame” di coordinatori di progetti; i tempi di “costruzione” dei coordinatori sono troppo lunghi rispetto alle esigenze; il percorso di “costruzione” degli stessi è limitato da una “materia prima” (i giovani inseriti nei primi gradi dello sviluppo professionale) spesso non adeguata per vari motivi; i contenuti della formazione universitaria presente sul mercato non corrispondono effettivamente a ciò che il ruolo richiede; il disagio delle sedi di lavoro e la discontinuità rendono difficile costruirsi una famiglia e dei rapporti consolidati.
I requisiti per divenire capo-progetto sono troppo alti?
I percorsi formativi e di apprendimento sul lavoro non sono adeguati?
Il salario del coordinatore di progetti non è adeguato e spinge a trovare lavoro altrove?
E’ giusto che ci sia una quasi totale assenza di benefits per l’educazione scolastica dei figli e per la famiglia a carico?
2) Dal rapporto emerge che un buon cooperante deve poter combinare le qualifiche di manager, politico, comunicatore, e mediatore culturale. Anche il miglior medico, agronomo o architetto, senza una sistematica attenzione al contesto, ed una solida cultura generale nel campo delle scienze sociali, lavorerà male.
Come è possibile “rieducare” i tecnici a lavori più di tipo relazionale, manageriale e politico?
3) Dal rapporto emerge la condizione lavorativa dei cooperanti è di grande instabilità, fondata su contratti a corto termine. La forma contrattuale di gran lunga più utilizzata dalle ONG è quella di “contratto di collaborazione a progetto” (co.co.pro). La maggioranza dei contratti di collaborazione stipulati è breve e compresa tra uno e cinque mesi. Nonostante ciò, nel 2007 la cooperazione italiana ha offerto un impiego di almeno un anno a più di 1000 persone (per l’esattezza 1078 nel 2007 contro le 1009 del 2006).
La precarietà è una caratteristica ormai di molti mestieri, ma non per questo va accettata. E’ possibile ripensare ad una progettazione più lunga? Con contratti più lunghi?
E’ giusto che chi si occupa di emergenza debba inseguire le ambulanze per poter trovare lavoro?
E’ pensabile creare una “cassa del cooperante” per affrontare quei momenti di vuoto sempre più frequenti tra un contratto e l’altro?
4) Sono stati rilevati ben 104 collaboratori – il 2% dell’insieme – con documenti comunitari (un terzo dei quali spagnoli).
In condizioni di crisi come quella attuale è auspicabile una perdita di posti di lavoro a favore di cooperanti stranieri?
Esiste un simile livello di “esportazione” di cooperanti verso organizzazioni straniere?
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martedì 23 dicembre 2008
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